Marmo, morìa di aziende al piano | Moravia abrasivi

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Marmo, morìa di aziende al piano


CARRARA. Dieci piccole imprese del marmo che hanno chiuso i battenti nell’ultimo anno. Cessando, in modo definitivo, la loro attività di commercio e trasformazione. Altre aziende costrette a ridimensionarsi drasticamente «all’osso»: a chiudere l’ufficio e trasformare l’attività in quella di deposito blocchi. Senza impiegati e con zero dipendenti. Un grido d’allarme per il settore lapideo, alla faccia degli annunciati segnali di ripresa, che arriva direttamente dal sindacato delle piccole imprese del marmo (Pmi) di Confcommercio. «Nell’ultimo anno hanno chiuso i battenti dieci delle nostre associate – tuona il presidente Bernardo Pezzica – e i segnali, oggi, non sono certo positivi. Si cerca di ridurre all’osso l’organico, di lasciare a casa i dipendenti e di non fare debiti, ma rimanere in piedi è davvero difficile. Senza considerare che riposizionarsi nel mondo del lavoro, in una provincia come la nostra, è quasi impossibile. La situazione, al di là di tanti bei discorsi, è grave. Qui c’è gente che non sa come arrivare a fine mese». È un’analisi amara quella di Pezzica. Che parte proprio dall’interno di un settore, quello del commercio del mamro, che sta vivendo una crisi profonda, che non accenna a diminuire. «Solo chi escava i blocchi non conosce la crisi». Il presidente del sindacato piccole imprese del marmo di Confcommercio parla chiaro. «La crisi dei blocchi non c’è mai stata, solo una leggera flessione, questo sì, ma chi ha le materie prime non vive le stesse difficoltà di chi lavora al piano. E questo lo sanno tutti – afferma Pezzica – Il fatto è che a Carrara manca la filiera: i blocchi, per la maggior parte, partono direttamente dalle cave, senza neppure passare dai nostri laboratori. Questa è la verità, e finchè permarrà lo stato, attuale, di monopolio al monte non ce la faremo mai ad uscire dal tunnel».
«La colpa? È della Marmi Carrara». Fa nomi e cognomi (a livello di azienda naturalmente) Bernardo Pezzica. E spara contro un colosso del lapideo come la Marmi Carrara. «È l’azienda più grossa del settore – dice Pezzica – ma non fa industria e non aiuta l’economia locale, quella del sistema Carrara, mandando via in blocchi il 90% della produzione. I risulati sono sotto gli occhi di tutti: o si chiude, o si ridimensionano le (già) piccole aziende o, addirittura, nascono, al loro posto, dei depositi». «Eppure – prosegue Pezzica – per dare ossigeno alla fileira locale basterebbe che la Marmi Carrara immettesse nel nostro mercato quella 200mila tonnellate di marmo in blocchi che invece vanno in Cina: solo con la segagione e la lucidatura il territorio ci guadagnerebbe 10 milioni di euro». «Un’azienda di queste dimensioni – conclude – dovrebbe dare un segnale alla città: i monti non sono i loro, dovrebbero epnsare a questo anzichè a come non pagare le tariffe del marmo». «Fiera e marchio del marmo: due sfide perse». Non è solo la mancanza della filiera «in loco». Per il presidente del sindacato piccole imprese di Confcommercio, la crisi che sta colpendo al cuore il settore è da ricercare anche nei grandi progetti rimasti al palo. E nella biennalizzazioen della fiera del marmo. «Fare la Marmotec ogni due anni è un disastro – afferma Pezzica – Sarebbe andato bene se anche a Verona avessero fatto la stessa scelta ma, a quanto pare non ci pensano nemmeno. Anzi, i nostri imprenditori, specialmente quelli più quotati, preferiscono andare lì a esporre: e questo non è un bel segnale per il settore». «Un altro progetto che poteva dare un po’ di spinta alle imprese di trasformazione, e che, invece, è fermo da tre anni – continua Pezzica – è il marchio del marmo. Su questa tracciabilità del prodotto «made in Carrara» c’era grande attesa e anche le speranze di una buona fetta del nostro settore: se ne sta discutendo da tempo e non c’è ancora nulla di concreto». A.V.
25 gennaio 2011

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